Le spiagge restano chiuse: cose ne dobbiamo dedurre?

Le spiagge rimangono chiuse, questa è la decisione.
La spiegazione che ci viene fornita è la seguente: “bisogna bloccare il flusso migratorio proveniente dalle regioni a rischio, e non essendo lo stato in grado di controllare tutti gli spostamenti è necessario reprimere il desiderio di movimento”.

Può essere questa una motivazione valida per giustificare una tale limitazione alla nostra libertà?

Una scelta radicale che poco ci dovrebbe sorprendere dopo tutte le violazioni che abbiamo già subito. Infatti, da quando il Covid-19 ha fatto la sua apparizione nella scena internazionale, ciò che emerge in maniera sempre più preoccupante è una diffusione di uno stato di paura grazie al quale vengono scusate tutte le decisioni straordinarie e anticostituzionali che minano alle nostre libertà primarie in quando esseri umani.

Ognuno di noi si preoccupa, come sempre, del suo caso specifico. In tal modo chi necessita, per professione o per svago, di accedere alla spiaggia si altera e grida ingiustizia, mentre chi subisce un vantaggio dalla legge, potendo continuare a lavorare o godere del suo sport, rimane silente sperando di beneficiarne quanto più possibile.

Questo è assurdo. Ma è il risultato della civiltà individualistica.

Ciò che preoccupa me, e spero la maggior parte della popolazione, è capire fino a che punto riusciranno a privarci di tali libertà, di cui dovremmo godere di diritto.
Allorché una decisione straordinaria viene presa in contrasto con tali libertà, purché giustificata e limitata nel tempo, ha un senso. Ma se le leggi vengono emanate dopo aver terrorizzato la gente e nessuno (di chi ci comanda) è in grado di circoscrivere, neanche vagamente il problema, è normale porsi dei dubbi sulle reali motivazioni che sottostanno a tali violazioni.

L’angoscia di un futuro incerto

Fare dei sacrifici in vista di un obiettivo collettivo è giusto e nobile. Ed in questo caso il kitesurf, così come ogni sport nautico non è assolutamente la priorità. Ma per accettare queste condizioni è doveroso trovare delle soluzioni reali, poiché queste manovre che si sviluppano in un lasso di tempo indefinito fanno sorgere delle serie domande alle quali nessuno riesce a trovare risposta.
Se, come è successo già in passato, il virus si protraesse per più anni, sei disposto a vivere così nella repressione e nell’incertezza?
L’assenza di informazioni reali e concrete, così come la proiezione di un futuro completamente sfocato genera inevitabilmente una profonda angoscia, ossia quella sensazione nella quale siamo pervasi dal vuoto e perdiamo ogni punto di riferimento.

In uno stato di angoscia rischiamo di cedere a proposte che, in un periodo normale, non avremmo mai accettato.  Ed è ciò che sta succedendo in questi giorni.

La spiaggia è un mero esempio, ma non il più importante. Lo prendo in considerazione poiché sono appassionato di sport nautici, è il mio luogo di lavoro e resta il maggior soggetto dei miei articoli. Lascio a chi più esperto di me di entrare nel merito di tutte le tecnologie che si stanno progettando per combattere il virus, ma che minano in maniera considerevole alla nostra libertà e alla nostra privacy.

Allora mi chiedo…

Stiamo arrivando ad un punto di non ritorno? La privazione della libertà sarà mantenuta in futuro o ci verrà restituita? È giusto compromettere la scelta individuale, la libertà individuale, la nostra privacy, solo ed esclusivamente in favore di principi biologici? Se sì, in che società vivremo in futuro?

La privazione della libertà è momentanea?

Come tutti gli amanti degli sport nautici, e lavorando nel settore, ho una voglia incredibile di tornare in acqua quanto prima. Ma il punto no è questo. Il punto è cosa ne sarà della nostra pratica? Cosa diventerà il nostro sport? Cosa ne sarà dei nostri rapporti sociali?
Accettando questo acconsentiamo di dirigerci verso una società fondata sul distanziamento sociale, che è una contraddizione in termini.
Credi veramente che sarai felice di fare la tua ora di kite, eliminando ogni rapporto umano, di amicizia o solidarietà, per il semplice gusto di navigare. Non è questa l’idea che io ho del nostro sport.

Così la mia riflessione si spinge sul concetto di spiaggia dinamica, che sta prendendo sempre più piede in Francia. Questo progetto permetterebbe l’accesso in base a delle fasce orarie e considererebbe la spiaggia come luogo di passaggio. Se da un lato permetterebbe una prima riapertura per la pratica lavorativa e individuale, non va dimenticato che resta un’aberrazione, e come tale deve essere considerata. Per il momento è stata rifiutata, ma anche se dovesse infine passare mi auguro che questa soluzione sia temporanea, e che non diventi permanente (una cosa non così scontata in questo periodo).

La mia considerazione è dovuta ad atti passati, attraverso i quali il governo, usando come leva la “protezione dei cittadini”, è riuscito a varare delle leggi straordinarie di cui paghiamo ancora le conseguenze. Il patrioct act in America in rispota all’11 settembre 2001, le leggi antiterrorismo in Francia che hanno portato la città di Nizza ha installare telecamere di sorveglianze che limitano la privacy, e potremmo fare ancora tanti esempi in tutto il mondo.

Conclusione

Per concludere, la domanda alla quale è necessario trovare una risposta è la seguente: fino a che punto siamo disposti ad accettare le limitazioni che ci stanno imponendo?
Ad ognuno la propria valutazione.
Io spero di tornare presto in acqua, ma la mia priorità è aprire gli occhi e capire cosa sta succedendo, cosa ci nascondono e riprendere il corso della mia vita in maniera “realmente” libera.

GRAZIE PER AVER LETTO