HUAYNA POTOSÍ: LA MIA PRIMA VOLTA SOPRA I 6.000mt

Huayna-Potosi

Paura, preoccupazione, ansia e sofferenza sono tutti elementi indispensabili da affrontare per superare un ostacolo, un impedimento, una difficoltà o una barriera. Trovato il coraggio, l’audacia, l’imprudenza e la tenacia per andare avanti, potremo guardarci indietro con il sorriso sulle labbra, la serenità nell’animo e la felicità nel cuore.

 

La montagna e le sue leggi, prima di affrontarla bisogna averle ben comprese ma soprattutto rispettarle. Davanti ad essa siamo tutti uguali ed è uno dei pochi posti al mondo dove la meritocrazia esiste davvero. Qui i privilegiati ed i raccomandati non hanno alcun potere. È la montagna che detta le regole, ed è la montagna che fa da arbitro per far si che si rispettino. L’unico atto di clemenza, random, è dato dalle condizioni metereologiche che, in alcuni casi, rendono l’ascesa più agevole e possibile. In questo ambiente tu sei solo, con il tuo gruppo, in condizioni estreme, e solo la tua volontà e la tua forza fisica possono fare la differenza per raggiungere o no il traguardo finale. Passo dopo passo senti la montagna che ti parla attraverso il vento, che ti blocca con le sue difficolta (neve, freddo, pareti ghiacciate) e tu puoi appellarti solo a te stesso per sorpassare ogni ostacolo. Questa non è una sfida a tempo, a chi arriva prima in vetta, bensì è una sfida personale, contro te stesso, per vedere fino a che punto riesci a spingerti, sopportare e resistere senza l’aiuto di nessun altro. È una sensazione incredibile: tu, il tuo gruppo e la montagna. Hai tempo sufficiente per pensare, per decidere se ritirarti o piuttosto continuare. Hai il tempo per valutarti, conoscerti meglio. Sono attimi intensi, è un tragitto lungo nel quale, oltre alle gambe e alle braccia che si muovono meccanicamente, l’unico organo che continua a funzionare è il tuo cervello che pensa, riflette e rimugina sugli argomenti più svariati. Qui i deboli desistono, i vigliacchi si arrendono mentre gli audaci continuano combattendo la fatica e gli impedimenti che incontrano. L’unico inconveniente può essere il mal di montagna, contro il quale non si può far nulla e ti costringe ad abbandonare.

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Cari amici, dopo giorni di preparazioni fisica e mentale è arrivato finalmente il giorno di sfidare i nostri corpi e la nostra resistenza scalando l’Huayna Potosi, una delle montagne della cordillera real che abbatte il muro dei 6.000m. È considerata come una delle più accessibili vette a queste altitudini poiché non presuppone competenze particolari (a meno che non si scelga di prendere la via “francese”, di gran lunga la più complicata). Una cosa però è certa, quando ci si accinge a sfidare la natura, l’impresa non è mai semplice, e noi ne siamo ben consapevoli, ma siamo motivatissimi per raggiungere il traguardo.

 

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La nostra motivazione deriva anche dalla fiducia in noi stessi e nella consapevolezza di aver rispettato le tappe dell’acclimatamento. Per scalare una montagna di questa altitudine è infatti consigliato di rimanere circa 6 giorni al di sopra dei 3.000-4.000m per far abituare il corpo.

La mia ragazza (da ora in poi Nam) ed io abbiamo così deciso, avendone il tempo, di viaggiare per la Bolivia per rimanendo per quasi 3 settimane al di sopra dei 3.000, e finendo la nostra preparazione camminando nel deserto salato di Uyuni, toccando i 5.000m, e scalando il Pico Austria (5.328m) nei dintorni di La Paz. Eravamo mentalmente pronti alla sfida.

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È il 22 giugno 2015 e la nostra esperienza comincia con la conoscenza del resto del gruppo e la consegna dell’attrezzatura. In tutto saremo in sette, una coppia di ragazzi francesi, Francois e Audrey, le due guide, Alex e Patricio, il cuoco, Francisco, (Nam) ed io. In questo tipo di esperienza il legame di complicità che si crea con i membri del team è fondamentale poiché ne scaturisce un sostegno reciproco alimentando la forza e l’attitudine mentale per giungere fino in fondo. Da questo punto di vista a noi non poteva andare meglio, le due guide erano simpatiche e preparate, il cuoco eccezionale e con la coppia francese è nata un’amicizia che può andare ben oltre all’esperienza in sé.

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La prima tappa sarà il campo base, a 4.700m, che raggiungiamo in macchina. Nel tragitto abbiamo avuto modo di scambiare due chiacchiere con i nostri amici avventurieri che ci hanno messo in guardia sulla reale difficoltà della scalata. Loro sono già al secondo tentativo poiché nel precedente Audrey era stata vittima del mal di montagna, e si è dovuta arrendere così come altri componenti del loro gruppo. La loro esperienza ed i loro consigli si riveleranno molto preziosi per la nostra riuscita.

Per cominciare accettiamo il loro suggerimento di prendere il Diamox (medicina contro il mal di montagna) in modo precauzionale, anche se, come ogni medicinale, non è esente da controindicazioni. Decidiamo comunque di accettare le sue proprietà diuretiche, che ci costringeranno a fare svariate tappe al bagno, nella speranza che il mal di montagna resti per noi solo un mito.

Il primo giorno, dopo aver preso possesso dei nostri letti nel dormitorio, ci prepariamo per raggiungere il ghiacciaio, distante circa quarantacinque minuti a piedi, dove le nostre guide ci mostrano l’attrezzatura e la loro modalità d’impiego. Ci ritroviamo tutti bardati con ramponi, piccozza e trapezio a camminare sul ghiaccio. Ogni movimento risulta più complesso di quanto immaginassimo ma, come ogni cosa, dopo i primi minuti di difficoltà riusciamo a capire come muoverci in maniera più agile prendendo più confidenza nei nostri mezzi. Dopo aver appreso le tecniche di base della marcia ci hanno mostrato come salire su un muro ghiacciato, la vera e propria scalata. Questo briefing non è solamente in caso qualcosa andasse storto, bensì sono tutte tecniche che dovremo mettere in atto il giorno seguente per affrontare l’ascesa finale che si svolgerà su un pendio innevato e pareti ghiacciate. Tra una risata ed un’altra rispondiamo tutti nel modo migliore e nessuno di noi rileva problemi particolari nel salire e nello scendere. L’esercizio è finito e possiamo tornare al campo con un umore più che positivo per gustarci la cena di Francisco e riprendere le energie necessarie.

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La mattina seguente ci svegliamo di buon’ora e cominciamo a caricare i nostri zaini. Ci accorgiamo subito, come spesso capita, di quante cose superflue avessimo portato con noi. Il risultato è semplice, tra vestiti ed attrezzatura tecnica il mio zaino pesava circa 20kg, e quello di Nam poco meno di 15kg. Questi pesi sulle spalle potrebbero non sembrare un gran che ma, fidatevi, quando il cammino si inerpica a più di 4.000m.s.l.m. tra rocce e terriccio, e sei consapevole che non durerà meno di tre ore, non è proprio una passeggiata di salute!

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Come sempre un atteggiamento positivo, da parte del gruppo, è il modo migliore per affrontare una sfida. Così tra una chiacchiera ed una risata il tempo passa e la meta si avvicina. Per la prima volta vedo Nam soffrire parecchio durante un trekking, il peso dello zaino la sta estenuando data la nostra poca abitudine ad affrontare delle grandi distanze con questa zavorra sulle spalle. Ci fermiamo a fare alcune pause necessarie per riprendere fiato ed energie, poiché l’altitudine aumenta e l’affanno è sempre maggiore. La stanchezza sul volto di Nam è palese ma il suo atteggiamento non ne risente e continua senza troppe lamentele. Nell’ultima salita, la nostra guida Patricio, si offre gentilmente di salire velocemente, lasciare il suo zaino e scendere a prendere quello di Nam. Lei lo guarda e gli dice: “arrivata fin qui posso anche finire tutto da sola, ti ringrazio ma continuo con il mio zaino”! Una risposta che non posso nascondere quanto mi abbia riempito di orgoglio. Brava Nam!

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Poco prima di mezzogiorno giungiamo al “campo alto” dove passeremo in relax il resto della giornata. Siamo alla bellezza di 5.160m sul livello del mare e, per quel che mi riguarda, è il posto all’altitudine più elevata dove abbia mai dormito. Il posto è eccezionale, siamo immersi da una moltitudine di vette che sembrano creare degli isolotti nel manto bianco prodotto dalle nuvole. Ebbene si, cari amici, quello che si vede è un tappeto di nuvole!! Seduti fuori dal rifugio, guardando il panorama, il tempo sembra quasi fermarsi, gli unici rumori che si percepiscono sono il soffio del vento ed il cinguettio degli uccelli che volteggiano sopra di noi. La tranquillità e la serenità d’animo che trasmette questo posto sono indefinibili. Dopo aver cenato, ci godiamo il tramonto. Il cielo comincia a cambiare colore, improvvisamente l’azzurro ed il bianco si mischiano con il giallo, l’arancione e il rosso che, secondo dopo secondo, prendono sempre più il sopravvento. Tutti siamo affascinati da questo momento indescrivibile che ha fine quando questa marea di colori svanisce diventando tutto scuro. È notte e le sorprese non sono finite. Appaiono le stelle che si muovono sopra di noi velocemente creando un bellissimo gioco di luci. Sono circa le 18.00 ed è ora di andare a dormire, considerando che la sveglia è impostata per mezzanotte.

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L’ascesa finale, infatti, sarà in notturna per due ragioni: primo perché così si arriva in vetta all’alba, godendo di un panorama decisamente più bello, e secondo, ma non per importanza, per il pericolo valanghe. Con il sorgere del sole la neve può scaldarsi e la marcia continuata di molte persone potrebbe creare dei cedimenti.

Le poche ore che ci separano dall’inizio dell’ultima tappa sono tutt’altro che facili, dormire sopra i 5.000m è tutt’altro che semplice, un po’ l’adrenalina, un po’ la reazione del corpo a quest’altitudine, chi riesce a coricarsi per due ore di fila può ritenersi fortunato. Le prime sveglie, i primi rumori e alcune bagliori emessi dalle torce danno il via ai preparativi, i ragazzi dentro al rifugio si stanno cominciando a vestire. Il mix di emozioni che ognuno di noi risente fa passare la stanchezza in secondo piano e dopo neanche mezz’ora ci ritroviamo tutti pronti per partire. Il nostro gruppo è l’ultimo a lasciare il rifugio e, non appena siamo all’aria aperta, ci accorgiamo del totale buio che ci attanaglia, solo la luna emette un raggio di luce che rende l’atmosfera meno angosciosa. Carichiamo gli zaini, e partiamo in cordata, Patricio davanti, Nam nel mezzo ed io per ultimo. Cominciamo a muovere i primi passi e l’unica luce che realmente ci aiuta a non mettere i piedi in fallo è quella proveniente dalle nostre lampade frontali poggiate sul casco. L’avventura è cominciata ed il nostro umore è ottimo.

Dopo una mezz’ora ci troviamo in uno scenario surreale: siamo nel buio più totale, vediamo a mala pena a pochi metri di distanza e gli unici rumori sono il crepitio della neve ed il nostro respiro affannato. Il ritmo è piuttosto lento per non incorrere a problemi di altitudine e per non bruciare velocemente il nostro respiro e le nostre energie. Le prime pause non si fanno attendere. In questi luoghi è meglio fermarsi con più costanza ma per tempi brevi poiché le rigide temperature sono insostenibili quando non si è in movimento. In particolare le dita dei piedi e delle mani sono le estremità che ci fanno maggiormente penare. In più l’acqua comincia a congelarsi, anche essendo ben avvolta in panni caldi dentro lo zaino, e sia la frutta secca sia gli snack diventano duri come il granito. La necessità di assumere energie è però di primaria importanza, quindi ci sforziamo di addentare le barrette congelate e di combattere l’assenza di appetito per ingerire anche una piccola quantità di cibo. Ogni pausa è all’inizio accolta con grande entusiasmo, ma poco dopo diventa una sofferenza e la necessità di ripartire diventa impellente. Durante la salita, per quel poco che si riesce a vedere, il panorama è comunque impressionante, in particolar modo quando si comincia ad intravedere la città di El Alto in lontananza, tutta illuminata.

La sensazione mentre si è in marcia è inenarrabile, passo dopo passo ci allontaniamo dalla sicurezza per raggiungere la natura estrema, ogni movimento del corpo è come se fosse automatizzato, piedi e braccia si muovono meccanicamente, ed il pensiero viaggia così velocemente che i pensieri si affollano uno sull’altro. Rifletto sulla grandezza della natura, sull’importanza del sacrificio che si compie per raggiungere uno scopo, sul valore dell’essenziale e l’inutilità del superfluo, sui rapporti umani e la mancanza della gente per me importante, sull’imprescindibilità di vivere la vita a fondo.

Pensare è distrarsi, meditando su argomenti profondi è come se il mio corpo non sentisse più la stanchezza bensì fosse pervaso da una continua energia positiva.

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Continuando per la nostra strada raggiungiamo, dopo ore di marcia, uno dei punti più critici della via: una parete, misto ghiaccio-neve, da scalare di una trentina di metri. Siamo stanchi, ma cerchiamo di ripescare nei meandri della nostra memoria i consigli di Patricio sull’utilizzo della nostra attrezzatura. Così parto prima io, tenuto in cordata da Nam e Patricio sotto di me. Alcuni tratti della scalata sono perpendicolari al terreno e lo sforzo fisico per tenersi aggrappato alla piccozza è notevole. L’adrenalina in questi casi è l’arma che fa la differenza, sprigionando quel quantitativo di energia necessario per arrivare in fondo. Superato l’ostacolo, ci godiamo un piccolo riposo pensando di aver compiuto la parte più difficile, essendo a soli 200m dalla cumbre (vetta in spagnolo).

S’intravede finalmente il traguardo ma niente è ancora guadagnato. Cari amici vi potrà sembrare assurdo ma per percorrere questi ultimi metri ci si impiega più di un’ora. Vi sembra una cosa folle? Provare per credere.

Così comincia una ripida salita che s’inerpica per la montagna. Il sentiero è talmente angusto che a mala pensa entrano entrambi i piedi allineati ed ai nostri lati i pendii erano talmente ripidi che sembrava di guardare nel vuoto e un errore sarebbe potuto costare molto caro. Con la supervisione di Patricio inanelliamo un passo dopo l’altro con calma e sicurezza. Una cosa è certa, non è un posto consigliato a chi soffre di vertigini!!! Ad ogni passo sentiamo la fatica aumentare e ci accorgiamo come la respirazione diventa sempre più affannata per la mancanza di ossigeno nell’aria. Le pause diventano sempre più costanti, ma se da un lato ci aiutano a riprendere il fiato e riposare i muscoli, dall’altro permettono al freddo in entrarci nelle ossa inondando di brividi tutto il corpo. Ogni pausa è quindi brevissima e ad ogni ripartenza siamo sempre più motivati dalla voglia di arrivare. Allorché intravediamo il cocuzzolo della montagna proviamo una forte emozione e l’energia esplode nei nostri muscoli dandoci la forza necessaria per compiere gli ultimi passi. Siamo in cima! Sono le 6.15 di mattina e, sedendoci sul ciglio della montagna osserviamo il sole sorgere. La luce comincia a prevalere sul buio e le montagne circostanti cominciano a prendere colore così come l’intero panorama. Intorno a noi una vista a 360°: la città di El Alto, il lago Titicaca, le varie vette della Cordillera Reale ed infine, in lontananza, la distesa amazzonica.

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Il mio sguardo e quello di Nam s’incrociano e ci capiamo all’istante: ce l’abbiamo fatta! Anche questa volta siamo riusciti a portare a termine l’impresa! L’emozione è grande ed il nostro entusiasmo è alle stelle, dominiamo l’intera nazione da una delle sue vette più alte. Siamo talmente eccitati che anche il freddo passa in secondo piano, senonché nel tirare fuori la mia macchina fotografica noto che uno dei piccoli vetri è stato rotto dal gelo della notte. Maledetto freddo! Tuttavia non c’è spazio per alcun nervosismo o arrabbiatura, siamo arrivati e la macchinetta continua ad essere perfettamente funzionante. Ci godiamo questi attimi interminabili in compagnia dei nostri amici francesi e delle nostre guide, Patricio e Alex. A queste altitudini non è consigliato restare per più di 10-15 minuti così, dopo avere visto sorgere completamente il sole ricomincia la discesa.

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Ahia, la testa comincia a dolere e la discesa non è esente da difficoltà. La tensione sui quadricipiti è costante e le energie cominciano a scarseggiare. Ripercorriamo a ritroso il tragitto ma stavolta il cielo è limpido e possiamo ammirare le montagne, capendo allo stesso momento la “pericolosità” del sentiero percorso. Dopo cinque ore di salita circa, ci attendono due ore e mezza di discesa che affrontiamo con un sentimento di compiacimento e voglia che tutto finisca il prima possibile anche perché ormai l’obiettivo è stato raggiunto. La vista del campo alto è un miraggio così come l’arrivo è un momento di felicità immensa. L’impresa è finalmente compiuta. Non appena messo piede nel rifugio ci leviamo le imbracature e ci gettiamo in branda. Il brutto è che abbiamo a disposizione una sola ora per riposarci, mangiare la zuppa, preparare i nostri zaini (quello da 20kg per capirci) e ripercorrere la strada del giorno precedente per ritornare al campo base dove ci aspetta l’auto. Un’altra ora e mezza di discesa tra rocce instabili con un fardello sulle spalle, interminabile.

Ora è veramente finita, possiamo compiacerci l’un l’altro ripensando a tutti i momenti difficili appena trascorsi e gli istanti interminabili di felicità cha abbiamo provato e che tutt’ora risentiamo.

Come si dice in questi casi: “tutto è bene quel che finisce bene”, e per noi è stato così, il minibus ci ha riportato a La Paz e abbiamo ritrovato la civiltà dopo due giorni immersi nella natura.

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INFO UTILI

2 giorni in tutto. E’ consigliato soggiornare a La Paz almeno 4-5 giorni e, se possibile, fare un trekking in una delle vicine montagne, come il Pico Austria. Questo ti aiuterà ad acclimatarti e non soffrire il mal di montagna.

Tutto l’anno è possibile scalare l’Huayna Potosí.

  • L’inverno, da maggio a settembre, è il periodo più secco e soleggiato, e per questo quello più consigliato.
  • L’estate, da novembre a marzo, è il periodo più piovoso e nuvoloso, il che rende la scalata meno piacevole e la vista meno bella.
  • Le nevicate sono possibile durante tutto l’anno.

Dal primo rifugio fino al secondo dovrai portarti tutto il tuo equipaggiamento, solitamente lo zaino pesa tra i 15kg ed i 20kg. Questo ovviamente dipende da te. In alcuni casi potrai lasciare parte dell’attrezzatura superflua presso l’agenzia con la quale organizzi la scalata.

In due rifugi, ma fa freddo. Portati un sacco a pelo caldo e dei vestiti termici.

Non dimenticare vesiti caldi, guanti, buon impermeabile in caso piova, crema solare e protezione per le labbra.

Il prezzo varia dai 150$ ai 300$, in base alla qualità ed alla durata. Il prezzo influisce:

  • sulla qualità delle guide (qualificate o meno)
  • qualità del cibo
  • qualità dell’attrezzatura tecnica fornita

Esistono vari sentieri, ma è bene distinguerli in due grandi categorie:

  • Accessibili a tutti. La “normal route”, divisa in due giorni. Si dorme in due rifugi e l’unico pezzo un pò più tecnico è il muro di ghiaccio da scalare con piccozza e ramponi in cordata, durante l’ascesa finale.
  • Per scalatori esperti. Le vie sono situate sulla facciata est: French Route, Bordaz Muñoz, e la South-West.
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GRAZIE PER AVER LETTO